Se i giornali prendono soldi pubblici, devono dimostrare che spendono una certa quota per i precari? Non lo so, non credo. Ma chiedo a voi.
Il pensiero nasce da una mail ricevuta un paio di giorni fa. Eccola:
“Sono precario da cinque anni a Roma, anche se adesso ho ottenuto un contratto giornalistico che è già in scadenza. Trovo assurdo e vergognoso che migliaia di persone che mandano avanti l’editoria del paese non siano rappresentate, ma siano addirittura invisibili. Tanto più che alimentiamo un sistema che genera per gli editori milioni di euro di contributi statali. Tra le prime battaglie da fare c’è proprio quella dei contributi, che devono andare solo a chi dimostra una situazione lavorativa e contrattuale degna di un paese civile e che garantisce a tutti i dipendenti la sussistenza. Altrimenti si fa il libero mercato, ma si sta lontani dai soldi pubblici.
Ho visto che accennavi a organizzazioni locali dei precari. Vorrei cominciare a frequentare l’ambiente visto che ho sempre pensato che non esistessimo per la categoria.
Credo molto seriamente che sia arrivato il momento di passare all’azione. A mio avviso gennaio è presto perché la mobilitazione deve essere massiccia e fermare seriamente le rotative.”
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